lunedì 18 novembre 2013

Quando sono approdata al liceo ero un'esagitata, una di quelle ribelli ispide che non si capisce mai che cosa possono fare o dire di lì a breve, ma che sicuramente qualcosa combineranno. Un problema.

Poi il problema venne spostato in una scuola privata e ha il suo primo vero colpo di fortuna nella vita. Incontra un grande educatore. Un professore d'italiano e latino che era come attingere a un pozzo di sapere infinito. Aveva perfettamente collegato e calibrato tutto quello che aveva imparato nel corso della sua vita e, più che insegnare nozione, insegnava uno stile di vita. Un modo di pensare.

Io per lui riniziai a scrivere e i miei temi lo fecero sobbalzare sulla sedia.

Sembrava impossibile. Quell'essere ispido e indecifrabile in mezzo a tutto il casino che faceva, sapeva scrivere e sapeva scrivere bene. Molto bene. Era intelligente.

E lui che per nomen omen si chiamava Dante accettò la sfida.

E in fondo la perse.

Nel nostro liceo venivano a fare i testi del QI, cercavano le teste, i migliori e lui ci obbligava a partecipare col suo solito modo quando voleva ottenere qualcosa. Si aspettava molto da me, ma non che io rispondessi a caso oppure l'esatto opposto di quello che avrei dovuto fare.

Ma per me era tardi, avevo già imparato ad avere paura, non me ne fregava niente di imparare il latino e cercavo le cose per conto mio, un mio stranissimo programma di studi che nessuno capiva e assorbiva tutto il mio tempo.

Mi chimava minestrone di verdura a quel tempo, mi diceva che non mi specializzavo in nulla e mi disperdevo dietro chimere e aveva ragione, ma non poteva sapere quanto il mondo sarebbe cambiato e quanto io avrei potuto approfittare poi di quello che accade adesso.

Però, ogni volta che scrivo un articolo, ogni volta che scrivo un post o faticosamente preparo un'altra tesi, io scrivo ancora per lui.

Ho sempre avuto il rimpianto che non avesse capito davvero, che mi avesse mandata via quando fiera tornai per fargli vedere il mio nome in calce alla rivista, che mi chiedesse biasimandomi se davvero non ero pentita.

Adesso non sono pentita.

Ma mi dispiace che tu sia andato via senza saperlo.

E senza che io abbia potuto dirti quanto grande sei sempre stato in quell'aula davanti a tutti noi.

E quanto rispetto hai saputo far sorgere dentro di me.

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