Mi dicono che A è morto. Dopo il primo momento di stupore, mi rendo conto che non posso evitare di chiamare la famiglia per le condoglianze. In realtà è solo un pro-forma, qualcosa che devo fare perché sono la ex. Perché è giusto.
Da quel momento l’ansia. Ovviamente devo fare questa cosa e quando DEVO fare qualcosa, già di principio significa che mi disturba. Disturba il corso della mia vita, disturba la mia innegabile pigrizia, disturba disturba disturba.
Porta via il MIO tempo.
Ma devo farlo e of course non ho più un numero di telefono che sia uno, ma devo almeno telefonare a K per dirgli che mi dispiace che suo fratello sia morto.
Ed è in quel preciso momento che il panico aumenta.
Perché mi sono dimenticata che anche G è morto e quindi se chiamo K per le condoglianze, devo anche chiamare C per la stessa cosa.
A quel punto l’ansia di tutte queste cose che devo fare (sbattermi per cercare i contatti, telefonare e inoltre subire 2 pippotti emotivi quando il MIO sentire è nullo perché non me ne frega assolutamente niente), lo stress è stato tale, che mi sono svegliata.
Poi durante il giorno ho ricordato il sogno.
SBAM!
Ho seppellito il passato. Tutte le ferite, tutte le storie legate ai miei due stupidissimi matrimoni. Tutto indiscutibilmente finito.
Rivedere A è stato ciò che la storia insegna.
Non c’era più nemmeno l’ombra dell’uomo che ho amato e per dirla alla Star Wars è innegabilmente passato alla forza oscura. Completamente e totalmente estranei. Con la sua immaturità sempre uguale, il suo narcisismo spietato sempre uguale e il pianto isterico per l’amico morto tutto nuovo e tutto diretto a me.
Come mi sono incazzata.
Sono schizzata via. Non se n’è nemmeno accorto. Prima c’ero e poi puf! Un battito di ciglia e non c’ero più.
E ho pianto anch’io certo. Ma il mio era un pianto amaro. Un pianto che usciva fuori per nervosismo. Perché non smetterà mai di provarci. A violentarmi, a colpirmi, farmi del male a tutti i costi. Psicologicamente certo. Ma è un martello pneumatico. Lui mi vede e vuole questo, non c’è niente da fare. Lui vuole vedermi nella polvere che mi contorco per il dolore mentre altero si volta e se ne va.
Certo. Of course. Fossi tu riuscito una volta a contorcermi a letto, a tenermi sotto per ore, a prendere tutta l’energia che usciva da me e farla scivolare dentro di te per rimandarmela fuori.
Fossi tu una volta, una volta sola, riuscito a non sentirti impotente davanti a me.
Fossi tu una volta, una volta sola, riuscito a non dare la colpa di questo a me.
Eppure, incredibile, ancora pensavi che fossi tua.
Tu pensavi che io dentro ti appartenessi ancora.
Amo un altro uomo certo.
Lo amo come non ho mai amato nessuno e per lui sono la donna che per te non sono stata mai e, detto proprio sinceramente, per lui sono la donna che non sono mai nemmeno stata lontanamente per nessuno. Ma anche lui non ci fosse stato, anche fossi stata così sfortunata da non avere il cuore colmo di un sentimento che esiste perché esiste e che invece di uccidermi mi scalda, anche non avessi avuto questa forza che mi protegge, ma cioè, siamo onesti.
Per un uomo come te?
Ma recentemente ti sei guardato allo specchio?
Quello che c’è sul tuo volto sul mio non ci sarà mai. E sei persino più giovane di me.
Non c’era nemmeno prima. Quando stavo con te. Quando ti divertivi a colpire sempre più forte il fianco che accostavo al tuo in cerca di calore. Questo era. Eppure. Eppure nemmeno una volta sono stata polverosa come te. Opaca forse.
Ma mai come te.
E poi come negli epici romanzi d’amore di Liala, come nei triti e ritriti riti della storia, il funerale, quello vero, è finito.
E nei riti ritriti e triti arriva il momento dei saluti.
Tanto ti avevo già parlato prima per sms no? Ed è bello avere un nemico che si conosce così bene da poterlo controllare persino in pubblico. Gli ordini precisi li avevi ricevuti la sera prima e hai fatto davvero bene ad ubbidire. Fin quasi all’ultimo. Eppure avresti fatto meglio.
E sono davanti a te.
Con il mio cappotto blu e la borsa rossa.
Sono davanti a te e ti guardo, ma sono in posizione. E come un militare tendo la mano a braccio teso verso di te. E ti saluto.
E’ stato nel preciso momento in cui sei scattato in avanti per abbracciarmi che hai iniziato a contorcerti per il dolore.
Non lo so se hai smesso.
Perché mi sono voltata.
E poi sono andata via.
11 febbraio 2014
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