mercoledì 2 gennaio 2013

I boschi dei catari che mi hanno ammaliata, lussureggianti di voci sospese e grandi promesse di rose agghindate.

Il dolmen bianco è disteso, dentro la conca di legno chiarissimo che lo contiene tutti veniamo invitati ad entrare. Poi ci passano l'olio. Giallo, trasparente e luminoso, che con le mani aperte a palmo iniziamo ipnoticamente a cospargere intorno a noi. Tutti noi lo facciamo. Le venature, le ondulazioni del legno che diventa dorato, gli angoli lontani e le curvature vicine.

E mentre la magia mi acceca, la lussuria accarezza la pelle e non certo per gli occhi di un uomo. Nessun uomo è altrettanto potente, niente e nessuno può essere così meglio da meritare qualsivoglia forma d'amore.

Subdolo e mancino mentre suona il violino.

Partorita dalla testa del padre Athena è necessariamente immacolata.
Solo logica fedele che affila la spada della razione.
Quale uomo potrebbe mai veramente penetrarla anche se condivide Afrodite con lei.

Si può giocar di fioretto o anche di lama, sezionare il capello dell'introspezione e affettare l'arrosto della giustizia, ma è sempre come sentirsi dire "Venite e mangiatene tutti. Qualcuno si è già offerto in sacrificio per voi."

C'è un uomo che conosco e c'è lo stesso uomo che non conosco.

E scegliere se ricordare attraverso il tempo delle nostre storie non ancora scritte.

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